Un futuro sereno non nasce da un presente distratto

pensionato feliceIl momento della pensione dovrebbe essere visto come un periodo felice, nel quale riuscire, finalmente, a fare ciò che si desidera. La difficoltà di considerarlo tale, per la maggior parte delle persone, è connessa principalmente a due motivi:

  1. l’incertezza sul quando si andrà in pensione;
  2. il tenore di vita che ci si potrà permettere.

Il “capo espiatorio” del primo punto (l’incertezza del quando) è da tutti attribuito alla riforma Fornero, entrata in vigore il 1° gennaio del 2012. Non mancano le critiche, sempre alla Fornero, anche per il tenore di vita che ci si potrà permettere in età pensionabile (il quanto). 

Ecco dunque che abolire la riforma Fornero sembra essere diventata la parola d’ordine di quanti (molti) cavalcano il malcontento popolare per acquisire consensi. Niente di illeggittimo certo, ma non lo è nemmeno cercare di fare un po’ di pulizia, eliminando qualche “ragnatela” di troppo, per permettere alla mente di pensare in modo un po’ più razionale e un po’ meno emotivo.

La “disintermediazione” delle scelte future, che passano dalla politica alla statistica con l’adeguamento dell’età pensionabile alle variazioni della speranza di vita, deve essere attribuita al legittimo “genitore” che l’ha partorita e che non si chiana Fornero, bensì Sacconi, si proprio lui, Maurizio Sacconi, Ministro del lavoro e delle Politiche Sociali del governo Berlusconi che, nel 2009, abolì, per la prima volta nel nostro Paese, la possibilità di conoscere con esattezza il momento del pensionamento adeguando, appunto, l’età pensionabile alla variazione della speranza di vita. Non solo, la normativa prevedeva anche l’adeguamento dei coefficienti di calcolo contributivo legati anch’essi alla speranza di vita, provocando in questo modo anche una riduzione “perpetua” dell’assegno.

Il successivo governo Monti ereditò un Paese sull’orlo della bancarotta e la riforma Fornero non fece altro che anticipare l’entrata in vigore di quanto stabilito da Sacconi al 2012 anziché dal 2015. Dunque, una prima considerazione è che, se qualcuno vuole rottamare quella norma, si dovrebbe utilizzare il termine corretto di “aboliamo la riforma Sacconi“.

Una seconda considerazione, sicuramente più pragmatica, è che, in ogni caso e qualunque nuova riforma si voglia fare, il futuro pensionistico dei nostri figli è a rischio. Tra 40 anni un pensionato (chi più chi meno) potrà contare su un tasso di sostituzione (rapporto tra primo assegno della pensione e ultima retribuzione/reddito) vicino al 50 – 60%. Questo è il vero problema, anzi dramma, che va affrontato con serietà e in tempi molto stretti senza non continuare a  discutere inutilmente sulla riforma Sacconi o Fornero; non è razionale pensare che qualcuno (in buona o cattiva fede) possa assicurarci una pensione pubblica decorosa. La pensione pubblica non sarà sufficiente a garantire una sopravvivenza decorosa alla maggior parte dei futuri pensionati, l’unica certezza è questa.

Sicuramente degli aggiustamenti alla riforma Sacconi (anticipata dalla Fornero) devono essere apportati per attenuare certe rigidità, come l’età pensionabile, con serie proposte di flessibilità in uscita, ma il problema rimane lo stesso: la pensione pubblica diventerà l’integrazione mentre la vera pensione ce la dovremo costruire privatamente.

E allora il tema, che deve essere al centro della discussione politica, dovrebbe essere quello di come consentire ai giovani di iniziare a costruirsi il proprio futuro pensionistico, di come rilanciare definitivamente la previdenza complementare, oggi “preda” di coloro che hanno redditi medio alti e che la sfruttano solo per pagare meno imposte. Smettiamola di farci distrarre e litigare su tematiche di poca importanza e spostiamo l’attenzione su come poter dare alle future generazioni un futuro sereno. Ma per far questo è necessario pensare al bene della Nazione e non ai propri interessi personali.

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