Trattamento di fine rapporto: le pecche del Fondo Tesoreria

Le generazioni più giovani dovranno fare i conti con una brutta rogna che si chiama Fondo Tesoreria, istituito nel 2007 dall’allora Governo Prodi tramite la legge finanziaria che anticipò l’entrata in vigore del D.lgs. n. 252/2005. Si tratta di un fondo istituito presso l’INPS dove confluiscono i trattamenti di fine rapporto (TFR) dei dipendenti delle imprese che impiegano oltre 49 addetti che hanno scelto di mantenere il loro TFR in azienda.

 

Il Fondo è stato pensato per appropriarsi definitivamente del TFR dei lavoratori delle imprese con oltre 49 addetti non destinato alla previdenza complementare facendolo confluire in un fondo statale finalizzato inizialmente a finanziare le grandi opere e le infrastrutturema cambiando, a seguito della crisi finanziaria sopravvenuta, la destinazione in finanziamento delle spese correnti. In sostanza, le risorse affluite al Fondo Tesoreria sono destinate a esigenze di finanza pubblica del tutto distinte da quelle previdenziali.

 

In questo modo le imprese con oltre 49 addetti hanno dovuto dire addio alla funzione di fonte interna di autofinanziamento del TFR: quando i lavoratori decidono di aderire alla previdenza complementare il TFR finisce nella forma pensionistica prescelta, in caso di mancata adesione il TFR finisce comunque fuori dalle casse aziendali per andare a rimpinguare il Fondo Tesoreria.

 

Prima considerazione

 

Un primo aspetto che lascia a dir poco perplessi è chi deve farsi carico dell’eventuale liquidazione del TFR confluito al Fondo Tesoreria. La logica direbbe che sia lo stesso Fondo che ha ricevuto il TFR a onorare la richiesta ma non è così perché le imprese versano periodicamente il TFR al Fondo e il Fondo, al momento della richiesta di liquidazione, restituisce i soldi alle imprese per poter liquidare il TFR al lavoratore. Ma allora viene da domandarsi il perché di questa partita di giro. Il tornaconto c’è, ed è questo: nel frattempo che il lavoratore è occupato il TFR versato dalle imprese può essere impiegato in diverse finalità.

 

Il vero problema è che per rendere possibile tutto ciò il Fondo è assoggettato al sistema della ripartizione. Funziona cioè come la previdenza pubblica: i lavoratori attivi finanziano le prestazioni ai lavoratori che cessano l’attività. A differenza del sistema previdenziale pubblico che non ha teoricamente una fine, il Fondo Tesoreria è destinato, prima o poi, a esaurirsi se è vero che ci sarà un decollo della previdenza integrativa. Se così fosse e un giorno il Fondo dovesse chiudere i battenti (ipotesi: tutti i lavoratori aderiscono alla previdenza complementare) chi pagherà il TFR intanto maturato presso il Fondo se non ci saranno più lavoratori attivi?

 

L’allarme è stato lanciato più volte dalla Corte dei Conti che ha evidenziato come il Fondo Tesoreria si traduca in un crescente debito a carico delle finanze pubbliche per fronteggiare le future prestazioni, senza corrispondente coperturae definendo l’operazione un “esproprio senza indennizzo”.

 

 

Seconda considerazione

 

Ma come avviene la restituzione del TFR versato dalle imprese? Il datore di lavoro prima liquida il TFR (già versato al Fondo) al lavoratore per poi effettuare una sorta di conguaglio con i contributi dovuti a titolo di contribuzione per i lavoratori ancora attivi.

A questo punto nascono spontanee due domande/riflessioni: cosa succede nel caso in cui l’impresa non ha debiti per oneri previdenziali nei confronti dell’INPS?E ancora: e nel caso d’insolvenza del datore di lavoro?

 

In questi due casi il pagamento è fatto direttamente dall’INPS ma solo ed esclusivamente se c’è una specifica dichiarazione del datore di lavoroche comunica via pec l’impossibilità di anticipare al lavoratore il TFR. Il problema è che spesso questa dichiarazione non viene fatta e l’INPS nega al lavoratore il pagamentodel TFR.

 

Se poi l’Inps rileva che il datore di lavoro non ha versato al Fondo le somme accantonate, pur avendole trattenute, l’Istituto provvede al pagamento diretto solo se il datore di lavoro ha provveduto alla regolare denuncia contributiva, che invece spesso non viene fatta: anche in questo caso viene negata l’immediata corresponsione del TFR per l’inattività del datore di lavoro e i lavoratori, pur avendo pienamente maturato il diritto, non riescono ad avere un’immediata soddisfazione dei propri crediti.

 

Terza considerazione

 

Il conferimento del TFR al Fondo Tesoreria, oltre a tradursi in una perdita di una fonte di autofinanziamento e un debito da saldare prima del conguaglio, non solleva l’azienda dall’obbligo di farsi carico della rivalutazione annuale (1,5% fisso + il 75% dell’inflazione) e del versamento dell’imposta sostitutiva dell’11% sulle rivalutazioni stesse da versare ogni anno all’erario.

 

Considerazioni finali

 

In virtù di tali considerazioni verrebbe da pensare che il Fondo Tesoreria è stata un’invenzione per accaparrarsi il TFR dei lavoratori con il fine di far fare cassa ad un ente dello Stato. D’altra parte questo Fondo espone i bilanci dell’INPS (già in grave difficoltà) a seri rischi, elimina un’importante fonte di autofinanziamento per le imprese, espone le aziende a una doppia uscita di cassa (periodica nel durante e una tantum a scadenza) prima di poter effettuare il conguaglio. Inoltre, il Fondo Tesoreria non elimina i costi di rivalutazione annuale e versamento dell’imposta sostitutiva che permangono in capo alle aziende.

 

La conclusione è che forse l’unica vera garanzia che può permettere ai lavoratori più giovani di poter contare con sicurezza sulla liquidazione del proprio TFR risieda nel conferimento di quest’ultimo nei fondi della previdenza complementare.

Lascia un commento