TFR e Fondo Tesoreria

Si capisce la necessità per uno Stato di fare cassa, l’impegno a rastrellare ogni risorsa in vista dei decisivi investimenti per stimolare crescita e occupazione, si capisce tutto fino al limite inviolabile dell’esproprio legalizzato: che fine hanno fatto, a questo proposito, i 34 miliardi di euro delle liquidazioni dei dipendenti privati (il Tfr in quelle con più di 50 addetti) che dal 2007 l’Inps ha “sequestrato” nel cosiddetto Fondo Tesoreria?

 

Risposte che non sono mai pervenute. Il tentativo di capirci qualcosa interpellando prima Inps e poi Tesoro ricevendo il medesimo trattamento che la burocrazia riserva ai suoi amministrati: il rimpallo tra l’una e l’altra amministrazione, “chiedi all’Inps” che risponde” senti il Tesoro”. Tipico. E intollerabile. Ma dal momento che da Prodi e Tremonti in giù, via via fino ai populisti di oggi, la responsabilità è di tutti, dunque di nessuno, di quel furto alle aziende (cui si limano le unghie per finanziarsi da sé e competere sui mercati) quasi non se ne parla.

 

La misura – l’obbligo a versare le quote di Tfr dei lavoratori che hanno scelto lasciare il proprio trattamento di fine rapporto in azienda  avrebbe dovuto costituire una riserva per finanziare gli investimenti per Anas, o Ferrovie e così via con precisi obblighi di relazione annuale sulle somme spese e destinazione delle stesse.

 

Obblighi regolarmente disattesi. Eppure la Corte dei Conti era stata chiara, esaustiva. “La Corte dei Conti che, in una dettagliata relazione del marzo 2011, aveva espresso severi giudizi e grandi timori sui rischi di un uso sconsiderato di queste grosse quantità parlando tra il resto di “prelievo forzoso” ai danni delle imprese private, di “tassa occulta” e di rischio di squilibri per i conti dello Stato a carico delle generazioni future e a danno dei lavoratori veri proprietari dei soldi”.

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