Riscatto della laurea e fondo pensione

Il riscatto della laurea è un’opzione di previdenza pensionistica con la quale è possibile valorizzare il percorso di studio ed integrarlo nella pensione pubblica, a condizione che il titolo di studio sia stato effettivamente conseguito.

Si possono riscattare i diplomi di laurea, di specializzazione, i dottorati di ricerca, i diplomi accademici e i titoli equiparati. Non si possono però conteggiare i periodi fuori corso o quelli già coperti da altre forme di contribuzione obbligatoria. In pratica, il riscatto della laurea permette di equiparare almeno in parte lo studente al lavoratore per gli anni in cui ha seguito il corso di studi.

Con il decreto n. 4/2019 è stata introdotta la possibilità di richiedere in via agevolata il riscatto della laurea: la misura è nata per favorire chi deve riscattare periodi di studio che ricadono con il sistema pensionistico retributivo, cioè prima del 1996, che presentavano dei costi molto elevati con il riscatto ordinario.

Con il riscatto della laurea agevolato è possibile pagare una quota fissa per ogni anno da riscattare, che in base alla normativa vigente è pari a 5.260 euro annui (pagabile anche in 10 anni e in 120 rate mensili). 

 

Boom di richieste

 

Nel 2019 sono state presentate 28.587 domande di riscatto ordinario della laurea e ben 34.623 di riscatto agevolato.

Principalmente la motivazione principale di questo boom di domande per il riscatto agevolato è sicuramente dovuta al costo relativamente basso rispetto a quello del riscatto ordinario.

Ma il riscatto agevolato è una medaglia che ha due facce: una con aspetti positivi ed una che potrebbe avere conseguenze negative. Andiamo ad analizzarle.

 

Gli aspetti positivi e conseguenze negative

 

Gli aspetti positivi sono sicuramente il costo, poi la possibilità di pagare  sino a 120 rate mensili senza aggravio di alcun interesse, la deduzione dell’onere e, in qualche caso, l’anticipo dell’età pensionabile.

U aspetto negativo è rappresentato dal ricalcolo contributivo della pensione, compresa la quota retributiva nel frattempo maturata (anni ante 1996). Questo ha sicuramente una conseguenza negativa sull’importo della pensione finale con una riduzione che può arrivare anche sino al 30% in funzione del numero di anni maturati nel sistema retributivo.

 

Riscatto o previdenza integrativa?

 

Una delle domande che spesso ci si pone è se conviene usufruire del riscatto della laurea piuttosto che puntare su altri sistemi di previdenza integrativa.

Uno dei fattori da considerare è la possibilità di anticipare l’età pensionabile. Ma non tutti hanno la possibilità di raggiungere questo obiettivo. In alcuni casi infatti, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare intorno ai 30 anni, i requisiti pensionistici si raggiungerebbero prima con la pensione di vecchiaia (67 o 64 anni, da adeguare con le speranze di vita media) che con il riscatto della laurea.

In certi casi potrebbe essere più conveniente un fondo di previdenza complementare, i cui contributi sono deducibili sino a 5.164,87 euro l’anno.

Nel medio e lungo periodo, i rendimenti del fondo sono superiori a quelli dei contributi versati alle gestioni INPS, con una tassazione vantaggiosa (imposta sostitutiva dal 15% al 9%) rispetto a quella della pensione (tassazione ordinaria IRPEF).

Grazie alla RITA, inoltre, il Fondo pensione offre la possibilità di anticipare l’ingresso alla pensione sino a 5 o 10 anni.

In conclusione, la scelta tra le diverse opzioni di riscatto oppure di adesione ad una forma di previdenza complementare dipende dalla propria situazione personale: la cosa importante è valutare con attenzione costi e benefici, pianificando le rispettive necessità a medio e lungo termine, soprattutto in uno scenario di incertezza ed emergenza sanitaria come quello che stiamo vivendo.

 

 

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