Rendita integrativa: diverse soluzioni per diverse esigenze

Fra la popolazione italiana è sempre più attuale l’esigenza di una pensione “di scorta” da affiancare a quella pubblica per assicurarsi un buon tenore di vita al momento del pensionamento

 

Si vive sempre più a lungo. Entro il 2065, secondo una stima dell’ISTAT, gli uomini raggiungeranno una vita media pari a 86 anni mentre le donne quota 90 anni: sulla base di queste stime l’Italia risulta essere uno dei Paesi con la più alta media anagrafica al mondo.

 

Un trend positivo, ma a condizione che sia accompagnato da un buono stato di salute e da finanze in grado di soddisfare le crescenti necessità degli individui in età avanzata.

 

Se analizziamo l’attuale situazione della previdenza sociale e la contribuzione che le giovani generazioni iniziano a versare in età sempre più avanzata a causa dell’incerto sistema lavorativo, non è difficile giungere alla conclusione che la situazione non è certamente delle più rosee. Per un futuro tranquillo è meglio, quindi, muoversi per tempo. Come? Costruendosi una rendita integrativa rispetto alla pensione pubblica.

 

La pensione non è uguale per tutti

 

La pensione di buona parte dei lavoratori sarà determinata in regime contributivo (introdotto nel 1995 dalla riforma Dini) mentre dal 2012 lo sarà per tutti (riforma Fornero).

Il sistema di calcolo contributivo è basato sulla contribuzione versata durante la vita lavorativa (montante contributivo) e trasformato in rendita pensionistica attraverso specifici coefficienti demografici legati all’aspettativa di vita media. È evidente che un simile sistema di calcolo premia coloro che versano più contributi e penalizza chi ne versa meno.

I contributi sono calcolati in percentuale sulla retribuzione (dipendenti) e sul reddito (autonomi) imponibile dell’anno precedente e tale percentuale non è uguale per tutti:

 

  • il lavoratore dipendente ha un’aliquota contributiva del 33%
  • l’aliquota per un lavoratore autonomo (commercianti, artigiani, coltivatori diretti) scende al 24%

 

Questo significa che, per ottenere un montante finale simile a quello di un dipendente, il lavoratore autonomo deve dichiarare un reddito di circa il 40% superiore alla retribuzione del dipendente.

Per non parlare dei liberi professionisti che hanno aliquote variabili dal 10% al 18% e in particolare dei giovani precari che per discontinuità di versamenti rischiano di arrivare in pensione con un assegno sotto la soglia di povertà.

 

Tante soluzioni integrative ma quale scegliere?

 

Gli strumenti a disposizione per costruirsi una rendita integrativa sono numerosi: dalle forme di previdenza complementare (Fondi pensione chiusi e aperti o Piani Individuali Pensionistici) a strumenti di risparmio gestito di tipo assicurativo (Polizze vita) e finanziario (Fondi comuni d’investimento). Soluzioni diverse con la medesima finalità: garantirsi una vecchiaia tranquilla per essere in grado di far fronte a tutte le necessità.

 

Se tutti gli strumenti portano allo stesso traguardo, nello stesso tempo le caratteristiche sono differenti e soddisfano aspettative dei clienti diverse.

 

Quando e quanto versare?

 

La domanda più frequente è la solita: “quanto devo versare per ottenere una rendita dignitosa?”.

Il meccanismo è molto semplice, nel corso degli anni si accantona una certa cifra che servirà per ottenere una rendita integrativa in aggiunta alla pensione pubblica.
Determinare l’importo esatto della rendita è impresa impossibile perché le variabili da considerare sono molte e variabili (età del lavoratore, importi versati, il tasso annuo di rendimento dello strumento scelto, il coefficiente di trasformazione da utilizzare per convertire il montante finale in rendita, ecc.), tuttavia è sempre possibile fare delle ipotesi/simulazioni per avere una stima di quanto maturerà, l’unica certezza è che prima si comincia a versare e meglio è.

Secondo le elaborazioni fatte da Progetica, società di consulenza previdenziale, per avere mille euro al mese in più è realistico pensare di versare un centinaio di euro al mese quando si ha 30 anni di età. Se invece si inizia a 40 anni sarà necessario versare il doppio per ottenere la stessa rendita.

 

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