Previdenza complementare: tra errori del passato e confusione normativa

previdenza integrativa 2Le adesioni alla previdenza complementare, sebbene a piccoli passi, continuano ad aumentare. Secondo la relazione COVIP, alla fine del primo trimestre 2015 risultano essere circa 6,7 milioni gli iscritti, oltre il 25% del mercato potenziale. La crescita continua, anche a fronte dei diversi interventi legislativi (quasi esclusivamente di natura fiscale) che sembravano minacciarne lo sviluppo.

Alla metà del 2014, dopo un “silenzio” che durava dal 2007 (anno di entrata in vigore del decreto 252/2005) un primo intervento che stabiliva un aumento pari a 0,50 punti percentuali della tassazione sul risultato di gestione maturato dalle forme pensionistiche nel periodo d’imposta di riferimento. Un intervento che non vide una grande opposizione da parte degli operatori e delle loro rappresentanze, sulla scorta della convinzione che uno 0,50% di tassazione in più non cambiasse nulla. La fiscalità della previdenza complementare restava comunque interessante e non c’era motivo di preoccuparsi eccessivamente. In realtà, come ci avrebbe dimostrato il seguito, con quell’intervento, veniva ad essere irrimediabilmente tradito il patto con i risparmiatori. L’adesione a una forma di previdenza complementare è, per sua natura,  una scelta di risparmio a medio – lungo termine che presuppone che le regole esistenti al momento dell’adesione rimangano le stesse in corso d’opera, pena tradire le esigenze di certezza che stanno alla base del piano di accantonamento previdenziale, con disincentivo, per chi ancora l’abbia fatto, ad aderire alla previdenza complementare.

Passato il 2014, non mancò molto che l’11,50% di tassazione passasse al 20%, con effetto retroattivo a tutto il 2014, eccezion fatta per l’aliquota di tassazione sui rendimenti dei titoli di stato e assimilati che restava bloccata al 12,50%. Si era arrivati alla legge di stabilità per l’anno 2015. Ora la questione si faceva più seria anche dal punto di vista dei numeri e non solo del principio e la reazione, questa volta, si fece sentire. A scatenarla fu’ anche la questione della retroattività della nuova aliquota con tutte le difficoltà da parte degli operatori a gestire la fiscalità “a ritroso”. Qualche esponente politico, non di secondo piano, si spinse a dire che l’aumento della tassazione ci voleva ed era anche dovuto: “trattasi sempre e comunque di rendite finanziarie”.

Il secondo intervento sulla tassazione delle plusvalenze realizzate dalle forme pensionistiche non creò solo qualche problema di interpretazione, alla domanda: “qual’è la tassazione dei rendimenti dei fondi pensione?” non si poteva che rispondere che l’aliquota non è quantificabile a priori perché oscilla tra un 12,50% e un 20% a seconda della composizione in titoli del portafoglio. Come se non bastasse a creare ulteriore confusione s’introdusse il farraginoso meccanismo del credito d’imposta per gli investimenti in settori strategici.

Come funziona e a cosa serve? Lo scopo è quello di incentivare investimenti per lo sviluppo. Cercando di semplificare al massimo, la modalità è più o meno la seguente: la forma di previdenza complementare che investe le proprie risorse finanziarie in titoli legati a settori strategici individuati con decretazione del MEF (decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 luglio scorso) e in settori infrastrutturali turistici, culturali, ambientali, idrici, stradali, ferroviari, portuali, aeroportuali, sanitari etc. avrà diritto a un credito d’imposta pari al 9%. In pratica, si riporta la tassazione sui rendimenti dal 20% all’11% (- 9%). L’obbiettivo è quello di incentivare gli investimenti in settori d’interesse, anche se gli investimenti possono riguardare anche opere di interesse per nazioni diverse dal nostro Paese. Una soluzione, comunque, troppo articolata e complessa in vista dell’obbiettivo.

Esiste, poi, un “tetto” al credito d’imposta: 80 milioni di euro e, per questo motivo, una volta che tutte le forme pensionistiche abbiano segnalato all’Agenzia delle Entrate gli investimenti effettuati e che diano potenziale diritto al credito d’imposta, il tetto di 80 milioni complessivi, se superato, dovrà essere proporzionalmente ripartito tra le parti, con tanta pace per quei fondi che avrebbero avuto diritto a un maggior credito. In sostanza, non è detto che la forma pensionistica fruisca integralmente del credito d’imposta del 9% perché, pur investendo nei titoli indicati dal legislatore, se la maggior parte delle forme pensionistiche si muovessero nella stessa direzione, non si andrebbe comunque oltre gli 80 milioni massimi stabiliti, riconoscibili complessivamente.

Come anticipato, gli interventi del legislatore non hanno fermato la macchina delle adesioni come non lo ha fatto nemmeno il famoso e scellerato intervento sul “TFR in busta paga“. I dati ci dicono che, poco prima dell’estate erano solo 567 i dipendenti ad averlo richiesto, pari a solo lo 0,1% del totale. Anche i lavoratori hanno ormai compreso come, nonostante la crisi finanziaria continui a mordere,questa opzione  non sia conveniente (vedi tassazione ordinaria del TFR in busta paga), questo senza dimenticare come il TFR sia strumento indispensabile, anche e soprattutto, per costruire l’integrazione alla propria pensione futura. 

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