La possibilità di poter scegliere quando andare in pensione c’è, ma non per tutti.

 Quota 100 con almeno 62 anni di età, pensione anticipata con 41 anni di contributi sono le due proposte che dovrebbero “scardinare” la riforma Fornero con l’obbiettivo di consentire ai lavoratori di ritirarsi prima dal mondo del lavoro.

 

Non credo ci sia qualcuno che possa essere contrario ad una proposta di poter anticipare il momento della pensione,soprattutto tra i lavoratori dipendenti, soggetti che non sempre hanno avuto la possibilità di scegliere cosa fare nella vita lavorativa come invece è più facile che sia stato tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.

Le promesse fatte in campagna elettorale avranno un peso non indifferente sui conti dell’INPS già gravati da bilanci in profondo rosso oramai da anni.

Tralasciando considerazioni sulla validità delle proposte, penso che la soluzione migliore sia certamente la “flessibilità in uscita” che permetterebbe di lasciare la scelta di quando andare in pensione ai singoli lavoratori anche dopo solo con 20 anni di lavoro (come richiesto oggi) in luogo dei 38 come previsto dalla quota 100. Perché se è vero che molti non vedono l’ora di incassare la pensione, è altrettanto vero che ci sono anche coloro che in pensione preferirebbero andarci il più tardi possibile (situazione finanziaria, amore per il proprio lavoro, eccetera).

 

La flessibilità in uscita non sarebbe una novità per il nostro sistema pensionistico perché era stata introdotta dalla riforma Dini nel 1995 che, oltre ad aver introdotto (non per tutti) il sistema di calcolo contributivo, permetteva di scegliere quando andare in pensione in un’età compresa tra i 57 e i 65 anni L’importo dell’assegno era (ovviamente) legato a specifici coefficienti di conversione demograficibasati sull’età scelta: prima si decideva di andare in pensione e più basso era l’importo, più tardi si decideva e maggiore era l’importo.

Questo sistema non avrebbe pesato sul bilancio a lungo termine dell’INPS poiché nel sistema contributivo il montante accumulato viene “spalmato” sulla speranza di vita media del pensionato.Per capire, se la speranza di vita media è 82 anni a 60 anni di età, il montante si spalma su 22 anni; se la speranza di vita media a 65 anni è 83 anni, il montante si spalma su 18 anni e così via.

Incomprensibilmente la flessibilità in uscita fu eliminata dall’allora Ministro Maroni(Governo Berlusconi) nel 2004 e, al suo posto, reintrodotta una rigida età di pensionamento (60 per le donne e 65 per gli uomini).

 

Ma la flessibilità in uscita c’è ancora oggi,il problema è che non è per tutti.Infatti la riforma Fornero ha stabilito che coloro che si trovano in un regime di calcolo esclusivamente contributivopossono andare in pensione, in alternativa ai 67 annidi età, a 63 anni e 11 mesi(sempre dal 1° gennaio 2019) a condizione che l’importo risulti essere almeno pari a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale.  oppure, ancora, restare al lavoro sino al 70° anno di età.

 

La flessibilità fu negata ai lavoratori assunti entro il 1995.Sino ad oggi tale disparità è rimasta sulla carta per la distanza che ancora separa i “contributivi puri “dalla pensione ma a breve questo diverso trattamento pensionistico comincerà a farsi sentire per via di coloro che potranno abbandonare il lavoro a 64 anni avendo iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 e chi deve aspettarne 67 avendo iniziato il mese prima.

 

Iniquità ed eccessi devono essere superati prima che s’infrangano contro il muro dell’insostenibilità sociale.

Quota 100 con almeno 62 anni di età, pensione anticipata con 41 anni di contributi sono le due proposte che dovrebbero “scardinare” la riforma Fornero con l’obbiettivo di consentire ai lavoratori di ritirarsi prima dal mondo del lavoro.

 

Non credo ci sia qualcuno che possa essere contrario ad una proposta di poter anticipare il momento della pensione, soprattutto tra i lavoratori dipendenti, soggetti che non sempre hanno avuto la possibilità di scegliere cosa fare nella vita lavorativa come invece è più facile che sia stato tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.

Le promesse fatte in campagna elettorale avranno un peso non indifferente sui conti dell’INPS già gravati da bilanci in profondo rosso oramai da anni.

Tralasciando considerazioni sulla validità delle proposte, penso che la soluzione migliore sia certamente la “flessibilità in uscita” che permetterebbe di lasciare la scelta di quando andare in pensione ai singoli lavoratori anche dopo solo con 20 anni di lavoro (come oggi richiesto) in luogo dei 38 come previsto dalla quota 100. Perché se è vero che molti non vedono l’ora di incassare la pensione, è altrettanto vero che ci sono anche coloro che in pensione preferirebbero andarci il più tardi possibile (situazione finanziaria, amore per il proprio lavoro, eccetera).

 

La flessibilità in uscita non sarebbe una novità per il nostro sistema pensionistico perché era stata introdotta dalla riforma Dini nel 1995 che, oltre ad aver introdotto (non per tutti) il sistema di calcolo contributivo, permetteva di scegliere quando andare in pensione in un’età compresa tra i 57 e i 65 anni L’importo dell’assegno era (ovviamente) legato a specifici coefficienti di conversione demografici basati sull’età scelta: prima si decideva di andare in pensione e più basso era l’importo, più tardi si decideva e maggiore era l’importo.

Questo sistema non avrebbe pesato sul bilancio a lungo termine dell’INPS poiché nel sistema contributivo il montante accumulato viene “spalmato” sulla speranza di vita media del pensionato. Per capire, se la speranza di vita media è 82 anni a 60 anni di età, il montante si spalma su 22 anni; se la speranza di vita media a 65 anni è 83 anni, il montante si spalma su 18 anni e così via.

Incomprensibilmente la flessibilità in uscita fu eliminata dall’allora Ministro Maroni (Governo Berlusconi) nel 2004 e, al suo posto, reintrodotta una rigida età di pensionamento (60 per le donne e 65 per gli uomini).

 

Ma la flessibilità in uscita c’è ancora oggi, il problema è che non è per tutti. Infatti la riforma Fornero ha stabilito che coloro che si trovano in un regime di calcolo esclusivamente contributivo possono andare in pensione, in alternativa ai 67 anni di età, a 63 anni e 11 mesi (sempre dal 1° gennaio 2019) a condizione che l’importo risulti essere almeno pari a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale.  oppure, ancora, restare al lavoro sino al 70° anno di età.

 

La flessibilità fu negata ai lavoratori assunti entro il 1995. Sino ad oggi tale disparità è rimasta sulla carta per la distanza che ancora separa i “contributivi puri” dalla pensione ma a breve questo diverso trattamento pensionistico comincerà a farsi sentire per via di coloro che potranno abbandonare il lavoro a 64 anni avendo iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 e chi deve aspettarne 67 avendo iniziato il mese prima.

 

Iniquità ed eccessi devono essere superati prima che s’infrangano contro il muro dell’insostenibilità sociale.

 

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