Incredibile: pensione più alta per chi non ha mai lavorato!

Il nostro sistema previdenziale porta con se’ parecchie falle, alcune evidenti, altre invece nascoste in cavilli giuridici non sempre di facile lettura.

Qualche tempo fa’ mi è arrivata una richiesta di consulenza da parte di una persona, vicina all’età del pensionamento, rimasta senza lavoro e con un’anzianità contributiva di 17 anni.

 

Il quesito riguardava cosa avrebbe potuto fare per recuperare tre anni di contribuzione e raggiungere così il requisito minimo dei 20 anni per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia. Le alternative di soluzione potevano essere tre:

 

  • Riscattare tre anni di un eventuale periodo del corso regolare di laurea

 

  • Richiedere il versamento di contributi volontari;

 

  • Chiedere l’accredito di eventuali contributi figurativi.

 

Incredibile ma vero: la risposta che avrebbe portato il maggior vantaggio era quella non fare assolutamente nulla!

Esattamente questo doveva fare il mio cliente e di seguito vi spiego il motivo.

 

Dobbiamo partire dalla definizione di due parole: assistenza e previdenza.

 

Assistenza è tutto quello che lo Stato eroga a favore dei cittadini privi di reddito e pensione, indipendentemente dal versamento dei contributi, mentre previdenza sono tutte quelle prestazioni maturate in base ai contributi pagati.

 

Nel nostro Paese, da sempre, assistenza e previdenza camminano a braccetto, e non si è capito (o voluto capire) il perché  nessuno ha mai cercato di separarle. Ma capita spesso, come nel caso che andremo ad analizzare, che si scontrino.

La logica ci porta a pensare che gli importi delle prestazioni previdenziali (maturate a seguito dei contributi pagati) dovrebbero essere superiori a quelli delle prestazioni assistenziali (maturate senza aver mai pagato nulla): non è sempre così, ci sono casi in cui è vero esattamente il contrario!

 

Il caso uno

 

Mario,titolare di un’impresa commerciale per 20 anni, dal 1998 al 2017, ha sempre versato i contributi previdenziali per la pensione. Il suo reddito medio annuo imponibile reale è stato di € 20.000,00 e, di conseguenza, il suo montante contributivo ammonta a € 84.000,00 (aliquota contributiva del 21% su 30.000 euro x 20 anni). Per problemi sia di crisi finanziaria sia di salute è costretto a cessare l’attività: “meno male che ho raggiunto il minimo per la pensione, sarà poca ma meglio poco che niente” pensa.

Presentata la domanda di pensione, dopo circa un mese ecco che arriva il primo accredito mensile pari a € 368,30.

 

Quest’importo è determinato, nel sistema di calcolo contributivo, nel seguente modo:

 

montante contributivo (84.000) X coefficiente di conversione al 67° anno di età (5,7%) : 13 mensilità

 

Poco da meravigliarsi: in un regime previdenziale che è innegabilmente equo come quello contributivo, l’importo della pensione è in funzione dei contributi pagati. 

 

Quello di cui meravigliarsi (e indignarsi) arriva di seguito.

 

Il caso due

 

Antonella, figlia unica, non ha mai avuto un gran feeling con il mondo del lavoro. Grazie all’alibi dello studio, è sempre riuscita a “sbarcare il lunario” con l’aiuto dei suoi genitori che le hanno anche lasciato in eredità una casa e una discreta liquidità sul conto corrente. Non avendo mai versato contributi Antonella non ha maturato alcuna prestazione previdenziale ma, grazie all’assistenza, raggiunto il requisito anagrafico (lo stesso previsto per la pensione di vecchiaia) può richiedere l’assegno sociale, un assegno che viene erogato a tutti i cittadini residenti in Italia, privi di reddito superiore a un certo importo e di pensione.

 

L’importo mensile dell’assegno sociale cui ha diritto Antonella è pari a € 453,00: 84,70 mensili in più di Mario!

 

Abbiamo visto come una prestazione assistenziale erogata a un soggetto che non ha mai pagato contributi possa essere avere un importo più elevato rispetto a una prestazione previdenziale di un soggetto che ha pagato contributi per 84.000 euro e maturato il minimo contributivo richiesto.di 20 anni. 

 

La conclusione è che in questo Paese si consente a chi non ha mai pagato alcun contributo di ricevere una prestazione più alta rispetto a chi, invece, ha sempre pagato per la sua pensione.

 

Non voglio assolutamente negare il giusto diritto all’assistenza nei confronti di chi versa in condizioni di povertà ma solo invitare, con il dovuto rispetto, il legislatore a porre maggiore attenzione quando legifera per evitare ingiustizie sociali e i politicia riflettere che quando si affronta il problema pensioni, forse, ci sono aspetti più rilevanti da risolvere che non accanirsi sempre e solo nei confronti della riforma Fornero.

 

G.G.

 

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