Impatto del Covid-19 sulla pensione futura

 

Si parla tanto in questo periodo di emergenza sanitaria, di interventi per sostenere l’economia e le imprese ma non si sente una parola sulle conseguenze per le future pensioni.

 

Il sistema previdenziale obbligatorio opera su base contributiva e si fonda sul cosiddetto patto generazionale. 

Dopo la riforma Fornero il regime di calcolo è per tutti contributivo, dal 1996 per i lavoratori che possedevano meno di 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995 e dal 2012 che chi ne aveva di più.

 

Il sistema di calcolo contributivo si basa sui contributi versati, questo lo sappiamo tutti, ma conosciamo cosa c’è dietro? Ne conosciamo i meccanismi?

Partiamo dal concetto di montante contributivo: sappiamo che si tratta dell’ammontare dei contributi, obbligatori, volontari, figurativi e da riscatto che abbiamo accumulato durante la nostra vita lavorativa.

Ma conosciamo il modo in cui questi contributi vengono rivalutati? Siamo tutti consapevoli della differente modalità con cui vengono rivalutati il TFR da un lato e i contributi previdenziali dall’altro?

Il TFR viene rivalutato applicando un tasso sempre positivo e per di più in regime di capitalizzazione, il montante contributivo invece corre il rischio, avendo come parametro di riferimento l’andamento del PIL, di avere, così come ha avuto, un tasso di rivalutazione pari a zero o addirittura, come avrebbe potuto accadere nel 2015 in mancanza di un intervento governativo, negativo? In quell’occasione si decise di non applicare un tasso negativo lasciando inalterate le posizioni maturate ma recuperando con le rivalutazioni positive degli anni successivi la mancata riduzione.

 

Le stime per il 2020 indicano che il PIL potrebbe addirittura segnare un -11%. Sappiamo per quante rivalutazioni successive questo dato così negativo provocherà un coefficiente di rivalutazione negativo e quindi rivalutazioni del montante contributivo pari a zero o addirittura negative, con la conseguente svalutazione ( già proprio così) dei contributi versati nel caso in cui i futuri governanti decidano di non intervenire?

E sappiamo tutti che, oltre a questo, esiste un altro nemico dei nostri risparmi previdenziali che si chiama inflazione?

Se nel 2020 il PIL segnasse veramente un – 11%, siamo in grado di stimare l’impatto sul nostro montante contributivo, che ricordo essere la somma di tutti i sacrifici fatti nell’arco della vita lavorativa, dell’azione congiunta di inflazione e mancata rivalutazione?

 

Il pericolo (reale) è che saranno necessari parecchi anni per recuperare la mancata svalutazione dei montanti con l’effetto di una  riduzione, non di poco conto, delle pensioni future. 

 

Ma c’è una buona notizia è che una soluzione esiste e che essa passa innanzitutto dalla consapevolezza di come stiano le cose e degli scenari futuri.

Una volta acquisita questa consapevolezza il passo successivo viene naturale. Sarà naturale pensare che dovremo colmare il gap previdenziale e che dovremo farlo con decisioni autonome. 

Pianificare sin da subito il proprio futuro previdenziale è indifferibile, che la scelta ricada su un singolo strumento (piani di accumulo, piani previdenziali, rendita da fitti, flussi cedolari) o su una combinazione di essi poco importa.

La vera differenza la farà la velocità con cui costruiremo, magari con il supporto professionale dei nostri consulenti, una adeguata strategia.

L’unica vera risposta, come sempre, è la pianificazione.

 

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