Il nostro modello pensionistico rischia il tracollo

Il nostro sistema pensionistico ha un enorme debito implicito determinato dal peso dei trattamenti che dovranno essere pagati ai futuri pensionati, oltre a questo c’è da considerare anche l’elevato impatto sul P.I.L.: la nostra spesa pensionistica è una delle più elevate tra i paesi europei.

L’attuale sistema pubblico a ripartizione non garantisce un adeguato apprezzamento dei contributi versati, diversamente dai sistemi a capitalizzazione individuale.

Oggi versiamo contributi all’INPS che servono a pagare gli assegni di chi è già in pensione oltre a finanziare le numerose prestazioni assistenziali: disoccupazione, cassa integrazione, indennità di malattia/infortunio, eccetera. Ma questi contributi non hanno un adeguato apprezzamento in quanto rivalutati in base a un indice rappresentato dalla variazione media del PIL nel quinquennio precedente e questo, come già successo, può portare addirittura a una non rivalutazione in periodi di crisi economica.

 

Per fare un esempio, proviamo a pensare alla quantità di contributi che serve a pagare le nostre pensioni. Ipotizziamo una contribuzione di 5.000 euro annui versata per 30 anni e sia investita con un rendimento annuo del 3%. Accumuleremmo  un montante pari a 245 mila euro, ossia il 40% in più di quello che oggi obbligatoriamente versiamo all’INPS che riconosce modestissime rivalutazioni.

In altre parole sarebbe possibile andare in pensione con le attuali soglie d’età ma con un assegno più ricco del 40%, ovvero anticipare di molto la pensione con un assegno almeno pari a quello che avremmo comunque ottenuto.

 

 

È evidente che il passaggio dal sistema a ripartizione pubblico a quello a capitalizzazione privato è estremamente complesso e non potrebbe essere fatto in tempi brevi. Cambiare modello non sarebbe però impossibile, soprattutto se ciò avvenisse per gradi con un mix iniziale tra l’attuale previdenza obbligatoria e quella integrativa.

Il tema va affrontato anche perché la spesa pensionistica italiana continua a salire. Secondo l’Istat a metà anni Settanta era inferiore al 9% del pil e i pensionati erano 22 ogni 100 abitanti. Oggi supera il 16% del pil ed è quasi raddoppiato il rapporto: ogni 100 abitanti ci sono 38 pensionati. Secondo l’Ocse spendiamo il 31,9% della spesa pubblica in previdenza, contro una media del 18,1%.

L’Inps registra ogni anno un passivo che viene coperto con denaro pubblico. Il nostro sistema pensionistico toglie ingiustamente agli individui la libertà di organizzare la propria vita. Perché deve essere l’Inps a gestire obbligatoriamente i miei versamenti contributivi? Una domanda che potrebbe essere confutata sul piano ideologico. Tuttavia la realtà purtroppo dimostra che il modello italiano rischia di crollare sotto il peso della sua insostenibilità.

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