Fondi chiusi, aperti e PIP: attenzione alle scelte sbagliate

previdenza complemenatreLa previdenza complementare nasce nel 1993, con il decreto n. 124/1993 che disciplina le forme ad adesione collettiva (fondi pensione chiusi e aperti). Bisogna attendere il 2001 (decreto 47/2000) per veder nascere le forme ad adesione individuale, ovvero fondi pensione aperti e Piani Individuali Pensionistici (meglio conosciuti come PIP). Oggi il risparmiatore si trova quindi di fronte alla possibilità di scegliere tra diverse soluzioni di previdenza complementare. Per questo è fondamentale analizzare con grande attenzione a quale categoria di offerta aderire e, soprattutto, se e quando conviene cambiare strumento (al di la’ del pressing delle offerte commerciali provenienti da Banche, Compagnie di assicurazione, SIM che non mancano mai).

I fondi chiusi

I fondi chiusi, chiamati anche fondi negoziali, restano l’offerta pensata per i lavoratori dipendenti del settore privato. Si tratta di strumenti che fanno esplicito riferimento al contratto nazionale di categoria (chimici, metalmeccanici, moda, elettrici, eccetera) e in questo caso la contribuzione può arrivare da tre differenti voci:

  1. il contributo del lavoratore;
  2. il contributo del datore di lavoro;
  3. il trattamento di fine rapporto.

I fondi aperti

Si tratta di prodotti istituiti da Banche, Compagnie di assicurazione e SIM e sono rivolti a qualunque soggetto voglia aderire, dai liberi professionisti, ai lavoratori autonomi, dipendenti fino anche a chi non ha un reddito da lavoro. Il lavoratore che aderisce, se ha anche un fondo chiuso di categoria, perde però il contributo del datore di lavoro, derivante dall’accordo collettivo istitutivo del fondo chiuso. Si tratta di una perdita che può essere notevole, soprattutto per un giovane. Ipotizziamo un lavoratore di 30 anni, che ha ancora davanti a se’ oltre 35 anni di lavoro, destinatario di un fondo chiuso dove è previsto il contributo del datore di lavoro in misura pari alla’,5% della retribuzione annua lorda. Supponendo una retribuzione media annua reale di 25.000,00 euro un 2% corrisponde a 500,00 euro annui che per 35 significa un contributo complessivo di 17.500,00 euro buttati al vento o, perlomeno, una perdita che dovrebbe essere compensata da qualcos’altro.

In realtà esistono delle eccezioni: ad esempio se in azienda sussiste un accordo collettivo (anche aziendale) per l’adesione ad un fondo aperto, allora per i dipendenti funziona tutto come se aderissero a un fondo chiuso, con la possibilità, quindi, di poter usufruire del contributo del datore di lavoro. Potrebbe esserci, infine, un ulteriore possibilità, quella in cui il datore di lavoro – su base volontaria e non impegnativa – sia disponibile a versare un “contributo liberale” (differente rispetto a quello che deriva dall’accordo collettivo) anche su base individuale, assolutamente facoltativo e designabile anche solo ad una parte dei dipendenti. In questo caso il conferimento può essere fatto verso qualsiasi forma pensionistica scelta dal lavoratore.

Ma,in linea di massima, il dipendente che sceglie di aderire a una forma individuale invece che al proprio fondo chiuso perde il contributo del datore di lavoro. Il che significa che l’offerta deve essere allettante e duratura nel tempo.

I piani individuali pensionistici

Con i PIP, infine, non esiste nemmeno la possibilità di attuare adesioni collettive come per i fondi aperti e quindi la contribuzione del datore di lavoro (da accordo collettivo) è sempre preclusa. Rimane solo l’eventuale contributo liberale. Si tratta di prodotti, quasi sempre più cari rispetto ai fondi pensione (a volte esageratamente), per questo occorre verificare bene se sono convenienti non tanto in termini di performance offerte nel passato (che comunque non rappresentano garanzie per il futuro) ma quanto di professionalità e consulenza offerta dall’intermediario.

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