Crisi demografica, il piatto del welfare piange

A cura di Giuliano Cazzola – strade on line

La stabilità dei sistemi pensionistici dipende dall’andamento dell’economia e dell’occupazione. Cosa succede quando, come nell’Unione Europea e soprattutto in Italia, la popolazione in età da lavoro diminuisce drasticamente e quella in età pensionabile aumenta?

Il Vecchio Continente sta per essere investito da un ciclone sul piano demografico che renderà insostenibili ed iniqui (per quanto riguarda i rapporti tra le generazioni) anche i modelli pensionistici più rigorosi e produrrà cambiamenti vistosi anche nelle altre strutture dei grandi sistemi di welfare, a partire dalla sanità.

A questo proposito, anche l’attuale governo italiano si ostina a non affrontare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione (sarà consentito di vivere più a lungo ma non sempre in buona salute) attraverso una migliore integrazione tra pubblico e privato. Non si capisce perché, quando si tratta di pensioni, sia stata accettata l’ipotesi di un sistema a due pilastri (appunto, uno pubblico e obbligatorio ed uno privato e volontario), mentre questa possibilità non viene adeguatamente consentita per le cure sanitarie.

Eppure, la soluzione dei “mali” del servizio sanitario nazionale passa da una reale sinergia tra il settore pubblico e quello privato, una volta che ne siano ripartiti i compiti e le funzioni. Occorre stabilire, cioè, quali siano le prestazioni e i servizi essenziali di cui i cittadini devono poter fruire. Nel definire questo “pacchetto” non sono affatto necessari criteri universalistici, nel senso che ad alcune aree della popolazione si può riconoscere di più o di meno, a seconda di loro specifiche condizioni di età, di salute, di reddito.

L’importante è che tutti i cittadini siano tutelati a fronte dei grandi rischi in cui possono incorrere e che siano salvaguardate, a carico delle strutture pubbliche, le funzioni di interesse collettivo: dalla prevenzione all’igiene e profilassi pubblica. Lo Stato deve regolare gli aspetti attinenti alla salute dei cittadini e accreditare le strutture abilitate ad erogare servizi e prestazioni, ma deve incoraggiare il più possibile l’autotutela privata, collettiva ed individuale, a provvedere a quelle forme di assistenza non garantite dal sistema pubblico.

La situazione italiana dimostra che è questa la strada da seguire. Infatti, la spesa sanitaria privata è elevata (2,2% del Pil). In un decennio è passata da circa il 20% della spesa sanitaria totale a circa il 30%, a fronte di una quota media europea del 25% per quanto riguarda i paesi a prevalente sistema assistenziale pubblico e del 24% per quelli a regime mutualistico o delle assicurazioni sociali. Inoltre, la spesa privata è ripetitiva, nel senso che si rivolge anche all’acquisto di prestazioni e servizi forniti dal sistema pubblico.

La spesa privata, infine, è poco organizzata. Oggi quella di carattere collettivo poggia ‘’a macchia di leopardo’’ sulle esperienze di welfare aziendale, certo importanti, ma inadeguate a costituire una soluzione alternativa. È molto debole, pertanto, la mediazione delle forme individuali e collettive (rispettivamente, polizze malattia, mutue, casse e fondi sanitari).

Dalle considerazioni svolte emergono spunti per un’organizzazione integrata della politica sanitaria del paese, attraverso – come enunciato – una diversa divisione dei compiti e dei ruoli che metta in sinergia i due modelli, migliorando l’efficienza e l’efficacia di entrambi ed inducendo – a regime – un risparmio di spesa (da destinare alla Long term care), dal momento che gli interventi ora ripetitivi saranno erogati una sola volta dal medesimo soggetto.

Paradossalmente, in tema di pensioni, l’Italia si presenterà al redde rationem, alla metà del secolo, in situazioni migliori di quelle degli altri Paesi: tra il 2010 ed il 2060 nell’area euro il rapporto tra spesa pensionistica e Pil peggiorerà di 2 punti percentuali (di 1,5 per la UE27), mentre per l’Italia migliorerà di 0,9. Ma questa è una consolazione da poco, perché, partendo dal livello più elevato, per quanto riguarda la media sia della UE sia dell’Eurozona, nel 2060 l’incidenza della spesa pensionistica italiana sarà superiore di un punto di Pil rispetto al primo dato medio e sostanzialmente allineata con il secondo. Ovviamente, si ragiona solo di proiezioni soggette a tutti i cambiamenti del quadro macroeconomico assunto come scenario.

La demografia, però, è una delle scienze meno inesatte, perché, in buona parte, si basa su fatti (come le nascite) che sono già accaduti e su comportamenti sociali destinati a subire cambiamenti solo in un arco temporale molto lungo. A pensarci bene, la questione demografica concorre anche a determinare i più recenti processi immigratori: non può che essere così, visto che vengono a contatto due distinte aree del mondo, in una delle quali sono prevalenti i giovani, mentre nell’altra crescono gli anziani.

Del resto, secondo l’Ageing Report dell’Unione europea (2012), nel periodo intercorrente tra il 2010 e il 2060, il tasso di fertilità della UE passerà da 1,59 (figli per donna in età fertile) del 2010 a 1,64 nel 2030 per attestarsi a 1,71 a fine periodo. Per quanto riguarda l’Eurozona è prevista una crescita più modesta, da 1,57 a 1,62. Nel caso dell’Italia la variazione si fermerà al di sotto di 1,60. Inciderà su questi andamenti il dato delle donne immigrate; occorre però tener conto che, pure in un trend di leggero incremento, si continuerà a restare sotto il tasso naturale di rimpiazzo (calcolato pari a 2,1 nel 2060).

Per quanto concerne l’attesa di vita i grafici si impennano. Alla nascita: per gli uomini da una media di 76,7 nel 2010 a 84,6 anni cinquant’anni dopo (in Italia da 78,9 a 81,1); per le donne, rispettivamente da 82,5 a 89,1 (in Italia da 84,2 a 89,7). A 65 anni, tra mezzo secolo gli uomini (UE) vivranno in media altri 22,4 anni, le donne 25,6 anni (in Italia rispettivamente 22,9 e 26,1). La risorsa immigrazione continuerà a colmare i deficit demografici, ma con una tendenza al rallentamento: da poco più di un milione all’anno nel 2010, a 1,3 milioni nel 2020, a 945mila nel 2060. In tutto il periodo considerato gli immigrati arriveranno ad oltre 60 milioni di cui quasi 46 nell’Eurozona.

È interessante, a questo proposito, osservare le previsioni relative al nostro Paese. Nel 2010, su 37,3 milioni di popolazione in età lavorativa (20-64 anni), 3,8 milioni erano persone immigrate (pari al 10,4%). A fine periodo i flussi netti di immigrazione risulteranno concentrati prevalentemente in un numero ridotto di Paesi: l’Italia con 16 milioni circa, la Spagna con 11,2 milioni, il Regno Unito con 8,6 milioni. L’insieme di questi processi determinerà degli effetti anche sul totale della popolazione europea, che passerà dai 502 milioni del 2010, ai 526 milioni del 2040 per scendere a 517 milioni vent’anni dopo (nell’Eurozona la scansione è la seguente: 331 milioni nel 2010, il picco di 348 milioni nel 2040, la discesa a 340 milioni nel 2060).

Anche la gerarchia demografica dei Paesi sarà sconvolta. Nel 2010, al primo posto era la Germania con 82 milioni di abitanti, poi seguivano la Francia (65 milioni), il Regno Unito (62 milioni), l’Italia (60 milioni), la Spagna (46 milioni). Nel 2060 l’ordine previsto sarà il seguente: Regno Unito (79 milioni), Francia (74) Germania (66), Italia (65), Spagna (52). Salta agli occhi il dato della Germania, ma i rapporti lo spiegano come conseguenza della riduzione dei flussi immigratori che saranno attratti da altri Paesi (gli esempi che vengono portati nell’Ageing Report sono la Spagna e l’Italia).

Subirà una trasformazione profonda la struttura della popolazione. Nel 2010 le coorti più numerose erano quelle intorno ai 40 anni di età sia per uomini che per donne. Alla fine del periodo considerato, la quota delle persone con meno di 14 anni resterà sostanzialmente invariata (14%) sia per quanto riguarda la UE che l’Eurozona. Le coorti comprese tra 15 e 64 anni scenderanno dal 67% al 56%; quelle con 65 e più anni passeranno dal 17% al 30%; quelle con 80 e più anni dal 5% al 12% (una quota molto vicina a quella della popolazione più giovane). In sostanza, in Europa, la popolazione compresa tra 15 e 64 anni si ridurrà di 45,6 milioni; quella con 65 e più anni aumenterà da 87,5 milioni a 152,6 milioni, quella di 80 e più anni da 23,7 milioni a 62,4 milioni (va da sé che gli ultimi dati non si sommano tra di loro).

In Italia, anche i ragazzi diminuiranno di 1,5 punti attestandosi al 12,5%. La popolazione da 15 a 64 anni subirà un calo vistoso dal 65,7% al 55,9%, mentre la popolazione con 65 e più anni passerà dal 20,3% al 31,6%. Gli ultraottantenni saranno due punti in più dei ragazzi con meno di 14 anni. Si arriva così a mettere a confronto la popolazione in età di pensione con quella in età di lavoro. Si chiama tasso di dipendenza: al numeratore stanno gli ultrasessantacinquenni, al denominatore le coorti comprese tra 15 e 64 anni. In Europa, questo rapporto raddoppierà passando dal 26% al 52% (se poi si considerasse il tasso di dipendenza economica effettiva al netto della forza lavoro occupata il dato sarebbe ancora peggiore).

In sostanza vi sarà una persona anziana a fronte di due in età di lavoro. Se poi si volesse considerare il tasso di dipendenza in termini assoluti, aggiungendo al numeratore (oltre agli anziani) anche i giovani fino a 14 anni, il rapporto passerebbe dal 43,3% al 77,9% nel 2060. In sostanza, per ogni 100 persone in età di lavoro ce ne sarebbero ben 78 a loro carico.

Non rimane, ora, che incrociare i dati dell’invecchiamento con quelli dell’occupazione. Le proiezioni prevedono che il picco dell’occupazione (con riferimento alle coorti tra 20-64 anni) si raggiungerà, nella UE, nel 2022, con 217,6 milioni di occupati che scenderanno di 22milioni a fine periodo.

I dati ufficiali citati fino ad ora – pur nella loro parzialità e sinteticità – stanno a dimostrare (quelli riguardanti il nostro Paese tendono solo ad essere peggiori) non solo che la stabilità dei sistemi pensionistici dipende dall’andamento dell’economia e dell’occupazione (non si dimentichi mai che il finanziamento avviene con il criterio della ripartizione, ovvero sono le generazioni attive a farsi carico con quote del loro reddito delle pensioni in essere), ma anche che il trend delle dinamiche demografiche sposterà necessariamente in avanti il requisito dell’età pensionabile e la possibilità dell’accesso alla pensione.

Si tratta di una prospettiva ineludibile, anche perché un sistema pensionistico ha “memoria lunga’’, dispiega i suoi effetti nell’arco di decenni e, soprattutto, l’allungamento dell’aspettativa di vita (a 65 anni) comporta altresì un periodo più lungo di godimento della prestazione, a parità di versamenti contributivi. Sarebbe, quindi, profondamente errato risolvere problemi contingenti del mercato del lavoro, manipolando una riforma, come quella del 2011, che non solo ha riportato (fino a quando?) in equilibrio il sistema, ma ha restituito credibilità ad un Paese sull’orlo della bancarotta.

Molto meglio agire sul versante degli ammortizzatori sociali ed investire nelle politiche attive del lavoro anche a favore del reinserimento degli anziani. A questo proposito, le proiezioni avvertano che, nel periodo considerato, il tasso di partecipazione delle coorti comprese tra 55 e 64 anni dovrebbe aumentare del 20% nel caso delle donne e del 10% in quello degli uomini. Ma, a conti fatti, occorrerebbe puntare a risultati ancora migliori.

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